Petrolio sui massimi da 32 mesi, metalli preziosi in calo. Il punto con Gianclaudio Torlizzi

Petrolio sui massimi da 32 mesi, mentre i metalli preziosi sono in calo. L’attesa è sempre più accentuata per ciò che verrà detto mercoledì dalla FED. Abbiamo fatto il punto della situazione con l’analista di commodities Gianclaudio Torlizzi.

Sono in compagnia di Gianclaudio Torlizzi, T-commodity, vorrei partire proprio con il petrolio perché è incredibile quello che ha fatto negli ultimi due-tre trimestri, innanzitutto le chiedo quali sono i suoi target e se c’è ancora spazio di crescita.

A mio avviso si, il petrolio è una delle nostre top pick per il 2021, noi già all’inizio di quest’anno avevamo inviato una nota ai clienti suggerendo di puntare sull’oro nero in previsione di un restringimento sul lato dell’offerta legato ad una normalizzazione anche dei viaggi aerei, che rappresenta il principale driver di consumo. Tuttavia, nelle ultime settimane è emerso un driver ancora più rialzista che a mio avviso modificherà il raggiungimento di nuovi massimi, quindi non mi sorprenderebbe se il petrolio, il Brent in particolare, superasse gli 80 dollari al barile e faccio riferimento alla sentenza di un tribunale olandese, che ha ingiunto alla Shell di ridurre del 45% le emissioni di C02 entro il 2030, quindi il gruppo petrolifero ha perso la causa chiamata da un gruppo di ambientalisti ONG e probabilmente sarà costretta a cedere parte degli asset proprio per rispettare la sentenza. Proprio ieri abbiamo avuto la conferma di questo timore che il gruppo stia vagliando l’ipotesi di cedere alcuni asset statunitensi. Questo aspetto che è stato poco analizzato dai mass media sia nazionali che non, rappresenterà un ulteriore restringimento dell’offerta proprio perché farà da apri pista ad una tendenza tra le major occidentali di riduzione ai nuovi investimenti in nuova capacità produttivo. Quindi questo è a mio avviso un elemento che è destinato a farsi sentire sul lungo periodo sul prezzo del petrolio il cui mercato tornerà poi ad essere controllato dall’Opec+, perché nel momento in cui progressivamente riducono la propria capacità produttiva, è chiaro che il controllo torna nelle mani dei paesi produttori, quindi questa è un po’ una dark side di questo attuale processo di elettrificazione, che nasce anche da un intento lodevole di allontanarsi dalla produzione di energia fossile per evitare che si convergesse in modo troppo forte su alcune materie prime. In realtà poi questo processo stiamo avendo l’effetto contrario, perché comunque stiamo assistendo ad una concentrazione, anche in questo caso di consumo verso delle commodity la cui offerta è comunque ristretta, quindi pensiamo al rame, al litio e alle terre rare, alcune delle quali prodotte in larga misura da paesi competitor, pensiamo alla Cina che produce oltre il 90% delle terre rare al livello mondiale e poi inoltre questo processo di elettrificazione oltre a non risolvere il problema della concentrazione in poche mani delle materie prime, non aiuterà la causa ambientalista perché ridarà il controllo del mercato del petrolio nelle mani di paesi dove, uno, le regole sulle CO2 sono meno stringenti rispetto a noi, due hanno tutti gli interessi a tenere l’offerta tesa, questo nasce da questo eccesso di zelo con cui si sta perseguendo il processo di riduzione delle emissioni. Io non voglio sembrare quello a favore dell’inquinamento dico solamente che la velocità con cui si sta portando avanti questo piano, rischia di causare gli effetti contrari a quelli voluti.

A proposito della vicenda che riguarda il colosso olandese Shell, le volevo chiedere, si parlava anche del fatto che bisogna cedere i propri asset legati al CO2 ad altre aziende quindi qua rientra il discorso della transizione energetica, però se Shell vende i propri asset, qualcun altro li acquista, quindi il discorso dell’economia green a questo punto vale o meno?

No non vale, perché chi appunto comprerà questi asset saranno probabilmente competitori i cui parametri sono abbastanza stringenti rispetto agli Stati Uniti o all’UE, quindi aspettiamoci che come acquirenti di questi asset messi in vendita ci saranno le major petrolifere Russe, cinesi, arabe quindi questo pone un problema oltre che sul fronte del prezzo, anche geo strategici.

Assolutamente, io volevo parlare con lei anche del fattore Cina sempre per quanto riguarda le materie prime, poi tra poco andremo a vedere anche la performance dei metalli preziosi, dunque per quanto concerne il petrolio, sappiamo che la Cina è uno dei principali importatori di petrolio, che cosa è rimasto del fattore Cina a questo punto e secondo lei ci sarà una ripresa dei giganti dello Shell Oil americani?

L’economia cinese sta assistendo ad una fase di rallentamento, legata ad una restrizione del credito implementato dalla decisione della banca Centrale Cinese la quale è sempre più preoccupata dall’impatto inflazionistico legata al rialzo dei prezzi delle materie prime sull’economia e quindi da mesi ormai sta cercando di stemperare gli animi, anche perché c’è una componente speculativa e finanziaria sul mercato cinese, ora tuttavia non sta riuscendo nell’obiettivo, le materie prime rimangono su livelli molto elevati e questo perché secondo alcune banche, il controllo delle materie prime si è spostato verso gli Stati Uniti, essendo diventati il motore della crescita mondiale, grazie ai 5 mila miliardi di stimoli fiscali che sono stati implementati fin’ora prima da Trump e poi da Biden, oggi sono il mercato di riferimento che determinano le macro tendenze sulle materie prime. Io a questa tesi ci credo fino ad un certo punto, nel senso che se andiamo a vedere i metalli industriali, il 60% al livello globale è ancora basato sulla Cina, quindi le dinamiche relative alla Cina a mio avviso rimangono cruciale per dare direzionalità ai prezzi delle commodieties. Anche sul fronte del petrolio non sta dando grandi speranze per i ribassisti perché la produzione dello shell oil rimane molto bassa e non ha mostrato grandi rialzi, tanto è vero che venerdì scorso lo spread luglio-settembre del WTI ha assistito ad una vera e propria esplosione, quindi è come se il mercato stia temendo un rischio sul fronte dell’offerta e questo si riflette lungo la linea del petrolio e quindi la scadenza breve è arrivata a costare molto di più rispetto la scadenza a tre mesi e questo è un regime che evidenzia un timore sul mercato.

Volevo focalizzarmi sui mercati preziosi, intanto le volevo chiedere a cosa è dovuto il calo dell’oro, perché ha provato ha mantenersi più volte sopra quota 1900 dollari l’oncia, però non riesce a perdurare questa tendenza rialzista che abbiamo notato qualche settimana fa dall’altro canto le chiedo cosa si aspetta dal secondo semestre per quanto concerne l’offerta delle materie prime perché si sono creati i cosiddetti colli di bottiglia. La preoccupano o meno?

Allora, l’oro secondo me come tutto il comparto è in una fase di attesa in attesa di quello che dirà la FED e Powell nella conferenza stampa successiva alla lettura del comunicato. Teniamo conto, anche da un punto di vista grafico che il superamento dell’oro dei 1920 rappresenterebbe una nuova accelerazione verso i 2000 dollari oncia, quindi il mercato prima di intraprendere questo nuovo push in alto vuole avere la certezza che la banca centrale americana manterrà un approccio espansivo sul fronte monetario, a mio avviso invece, la banca centrale secondo me sorprenderà il mercato negativamente e accennerà ad una prima azione di rimozione di riduzione della liquidità che faccia da apri pista ad un primo restringimento vero e proprio nel mese di Luglio, questo secondo me il mercato ancora non lo sta recependo, teme che questo possa avvenire, in realtà la mia idea è che la FED per evitare che ci sia un’impennata dei prezzi sul mercato azionario, che poi è quello che a loro importa, che verrebbe prodotto se non si facesse nulla sul fronte monetario, aprendo una potenziale crisi poi ad ottobre, mercoledì darà qualche segnale restrittivo.

L’ultimo economista che abbiamo intervistato ha detto, si tratta di Bisin, che l’inflazione è temporanea ed è figlia della crescita economica, quindi lei non è d’accordo con questa affermazione?

No, assolutamente no, le prospettive non sono per l’inflazione su base temporanea, non assisteremo a quelli scenari degli anni 70 perché oggi la produttività è decisamente migliore, ma secondo me pensare ad un aspetto così temporaneo dell’attuale fase inflazionista, vuol dire non considerare quanto gravi siano i colli di bottiglia, anche all’interno delle catene di fornitura, quindi anche delle materie prime che permarranno per anni e poi non si considera che la psicologia dei lavoratori è cambiata, oggi la gente è molto meno disposta a spostarsi per lavorare, è molto più propensa a rimanere vicino casa, tendenza a non accettare più lavori in giro per l’Europa o gli Stati Uniti ed è cambiata anche la percezione del lavoro al livello di qualità e prospettive di vita.

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