Elezioni Usa, cosa cambia per gli investitori

La preoccupazione per l'emergenza economica diventa partecipazione politica. E' stata l'inflazione a spingere un terzo degli americani a votare per le elezioni di Midterm e ora, in attesa dei risultati definitivi, l'attenzione si sposta su come il nuovo allineamento del Congresso potrebbe gestire la madre di tutte le questioni: il dilagante aumento dei prezzi. Con i repubblicani che si avviano alla conquista della Camera e il Senato che resta ancora in bilico (contesi i seggi di Arizona, Nevada e Georgia, per cui si prevede il ballottaggio il 6 dicembre), è possibile prefigurare solo possibili scenari.
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La preoccupazione per l’emergenza economica diventa partecipazione politica. E’ stata l’inflazione a spingere un terzo degli americani a votare per le elezioni di Midterm e ora, in attesa dei risultati definitivi, l’attenzione si sposta su come il nuovo allineamento del Congresso potrebbe gestire la madre di tutte le questioni: il dilagante aumento dei prezzi. Con i repubblicani che si avviano alla conquista della Camera e il Senato che resta ancora in bilico (contesi i seggi di Arizona, Nevada e Georgia, per cui si prevede il ballottaggio il 6 dicembre), è possibile prefigurare solo possibili scenari.

I Repubblicani conquistano Camera e Senato
Secondo i conservatori, l’amministrazione Biden ha mostrato totale inadeguatezza nella gestione del quadro economico, il più complesso che si sia delineato dal secondo dopoguerra a oggi: l’inflazione elevata, il rischio geopolitico e i timori di recessione sono solo alcuni dei venti contrari che gli investitori hanno dovuto affrontare quest’anno. All’emergenza, Biden ha risposto con uno sforzo di spesa supplementare che i repubblicani indicano come causa scatenante della lievitazione dei prezzi. Ecco perchè, se dovessero ottenere il pieno controllo del Congresso, i repubblicani proporrebbero un approccio più duro nel controllo della disciplina fiscale. Non solo: in campagna elettorale hanno ribadito la volontà di aumentare la produzione di petrolio e gas (nell’ottica di abbassare i costi) e approvare nuovi progetti infrastrutturali, come il rinforzo della rete nazionale di ricarica per i veicoli elettrici. Attenzione, però: un ribaltone della linea economica non sarà così facile da attuare. Il controllo del Congresso, infatti, non consentirebbe ai conservatori di approvare proposte di legge di parte, che subirebbero il veto del Presidente, la cui decisione può essere scavalcata solo da una “super maggioranza” di due terzi in entrambe le camere.

I Democratici difendono lo status quo
All’inizio di quest’anno, immaginare il mantenimento della triade – presidenza, Camera dei Rappresentanti e Senato – da parte dei Democratici sembrava un’ ipotesi irrealizzabile. Ma ora si trovano in una posizione in cui potrebbe materializzarsi ciò che prima era un’ utopia. In un contesto di maggioranza, i democratici sarebbero incoraggiati a portare avanti il programma del presidente: l’aumento delle aliquote massime delle imposte sulle società, sul reddito e sui guadagni di capitale sarebbero tutte sul tavolo. Così come l’inasprimento della regolamentazione in settori come quello bancario e sanitario. Ma, soprattutto, una consistente presenza democratica confermerebbe la linea delle politiche di stimolo, rendendo necessario mantenere i tassi più alti più a lungo.

Congresso diviso
L’ipotesi ad oggi più probabile, ovvero quella di un Congresso equamente diviso, aumenterebbe la probabilità di paralisi politica dando alla Fed la possibilità di calibrare in autonomia le prossime mosse, senza cedere alle pressioni di una determinata parte politica. Dopo il quarto rialzo consecutivo dei tassi di 75 punti (e con il nuovo range compreso tra il 3,75% e il 4%) la domanda che assedia gli economisti è: fino a che punto si spingerà il presidente Jerome Powell pur di riportare l’inflazione verso il target del 2%? Per rispondere va ricordato che l’inflazione americana ha una natura ben diversa da quella europea che è correlata all’aumento dei prezzi delle materie prime e alla crisi energetica. Negli States, la fiammata dei prezzi è strutturale ed è legata a una domanda ancora molto forte, innescata da un mercato del lavoro vivace e dalla crescita dei salari. Da qui a dicembre (quando sarà in programma l’ultima riunione dell’anno) verranno pubblicati altri due rapporti sull’inflazione e sull’occupazione. La previsione è che la Fed non allenti la presa e confermi la linea aggressiva, accettando il rischio di portare gli Stati Uniti in una fase di recessione dell’economia (quasi una certezza per il 2023) pur di combattere un’inflazione che pesa sempre di più sui portafogli degli americani. Gli stessi che torneranno alle urne per le Presidenziali del 2024, dove Donald Trump è pronto a tornare in corsa più agguerrito che mai.  

di Valentina Buzzi

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